In anteprima, la recensione del film "Fedele alla linea- Giovanni LIndo Ferretti" che uscirà nelle sale il 10 maggio

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: Fedele alla linea – Giovanni Lindo Ferretti
Chi si ricorda del cantante Giovanni Lindo Ferretti del gruppo CCCP Fedeli alla linea, troverà in questo film "Fedele alla linea" un ritorno al passato del suo essere.
 
Titolo: Fedele alla linea 
Regia: Germano Maccioni
Soggetto e sceneggiatura : Germano Maccioni
Produzione: Articolture in associazione con Apapaja, Italia 2013
Cast: Giovanni Lindo Ferretti
 
 “Fedele alla linea” del regista Germano Maccioni, presentato giovedì 2 maggio in anteprima alla stampa, a Roma, è un film dai connotati sui generis. Un film sicuramente documentario perché basato su documenti ma con uno stampo lontano dal comune modello documentarista, dove le immagini sostituiscono con sagacia le parole e con un cast costituito da un solo attore. “Fedele alla linea” è un film che ritrae, attraverso una sintesi di diversi documenti sia video che fotografici sia musicali, fatta con grande maestria, i caratteri essenziali e l’evoluzione elicoidale del pensiero di un uomo del nostro tempo nel corso della sua vita, un poeta con tutte le sue contraddizioni e la sua profonda umanità: Giovanni Lindo Ferretti. Un film, in definitiva, che ritrae"… un poeta contemporaneo …” che racconta “… la saga umana e artistica di Giovanni Lindo Ferretti per restituire la complessità di un personaggio che ancora oggi scatena sentimenti e opinioni contrastanti".
Ferretti è il cantante che assieme al chitarrista Massimo Zamponi fondò, nel 1982, a Berlino, il gruppo musicale punk rock italiano “CCCP Fedeli alla linea”, scioltosi nel 1990, da cui il regista ha ricavato il titolo di questo gioiello cinematografico. “Fedele alla linea” è un film basato, come già detto, su immagini stupende e monologhi di Ferretti dove le une e gli altri si adattano perfettamente alle sue idee e che si srotolano in un contesto scenografico montano rurale, epico, povero di mezzi ma continuamente arricchito da quel rapporto quotidiano uomo-natura essenziale per acquisire un senso alla vita, dove appunto il concetto di “povertà” comunemente intesa è “sinonimo di libertà”. Libertà che viene richiamata e rappresentata più volte nel film dalla figura epica del cavallo che contrasta con quella vita che si svolge in una città dove la povertà è “sinonimo di schiavitù”. Un film agile, ben costruito, che, come dice lo stesso regista, non è biografico né musicale e che affronta i temi fondamentali che riguardano ogni essere umano, tra cui quello della contestazione giovanile, quello della morte, quello della malattia che si ripete differenziandosi nei modi quasi in modo ciclico, quello del senso della vita, quello del rapporto madre-figlio,quello della religiosità che è insita nel comportamento di una persona. Tutti temi questi che appartengono a ogni essere umano e che, per questo, danno al film il carattere di universalità. Sebbene alcune di queste questioni siano negative per l’esistenza di un uomo, il regista con  una narrazione fluida, stupenda, accattivante, coinvolgente, evidenzia di ognuno di esse l’aspetto positivo colto dal Ferretti. E per questo il film appare fresco, genuino, scorrevole, avulso da qualsivoglia denuncia, intriso di quel senso della vita che descrive, dunque, gli aspetti vantaggiosi di ogni azione subita o fatta dall’uomo, anche quella più dolorosa con la rappresentazione di un mondo di cui si sta perdendo la memoria, in cui il valore della morte “si vive” tutti i giorni e a cui ci si abitua a tal punto da non far paura. Di quel mondo che l’instaurarsi della società “moderna” vuol inconsapevolmente distruggere i connotati degli antichi valori che l’essere umano a fatica e stentatamente si è costruito nel corso dei millenni della sua esistenza sulla Terra.  Un film dalle immagini meravigliose, rustiche, primordiali, statiche, fisse nel tempo, che descrivono un piccolo paese abbandonato dell’appennino emiliano dove, come dice Ferretti, si è vissuto un medio-evo fino a circa mezzo secolo fa, finché non vi fu tracciata una strada, la quale, per ironia della sorte, fu interrotta da una frana come per significare che quel mondo non doveva essere contaminato.
La visione di questo film, che genera forti emozioni, evidenzia, dunque, una domanda dal significato esistenziale e da cui emerge una continua ricerca di autenticità di vita tant’è che la stessa malattia, come sostiene Ferretti, è vissuta  come “la parte più vitale della mia vita”. Per questo il regista racconta questo mondo, lontano e vicino al tempo stesso da ciascuno di noi, prima che se ne perda la memoria sfruttando appunto il ritorno definitivo alle origini di Ferretti, da cui emerge la “forza del passato”, la sua possanza come recita Dante Alighieri “Quivi è la sapienza, e la possanza, ch'aprì le strade tra 'l cielo, e la terra” (Paradiso, XXIII),  o come si evince dal romanzo “I sassi di Kasmenai” (ed. Il foglio, 2008) o così come ha fatto dire Pasolini nell’episodio “La ricotta” del film RoGoPaG (acrostico di Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti) (1963):
"Io sono una forza del Passato./  Solo nella tradizione è il mio amore./  Vengo dai ruderi, dalle Chiese,/ dalle pale d'altare, dai borghi/ dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,/  dove sono vissuti i fratelli./  Giro per la Tuscolana come un pazzo,/ per l'Appia come un cane senza padrone./  O guardo i crepuscoli, le mattine/ 
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,/  come i primi atti della Dopostoria,/  cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,/  dall'orlo estremo di qualche età/ sepolta. Mostruoso è chi è nato/  dalle viscere di una donna morta./  E io, feto adulto, mi aggiro/  più moderno d'ogni moderno/  a cercare i fratelli che non sono più".
Il film, distribuito da Cineteca di Bologna in collaborazione con Articulture e Apapaja, uscirà nelle sale a partire da venerdì 10 maggio.
Francesco Giuliano