Weekend tra amici di Stefano Simone è un triller mozzafiato

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: Weekend tra amici
Regia: Stefano Simone
Sceneggiatura: Francesco Massaccesi
Musiche: Luca Auriemma
Produzione: Italia, 2013
Cast: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, […] 
 
Il tema affrontato in questo film, un triller angosciante dai risultati imprevedibili, del giovane e promettente regista Stefano Simone è relativo alla solitudine, all’angoscia, agli impulsi depressi, alla stupida febbre del calcio, alla superficialità, alla mancanza di valori, alla perdita del senso della vita, allo smarrimento e alle ossessioni dell’uomo oggi, dove però la donna, assume un ruolo marginale, anche se in alcuni casi determinante, anzi essa appare quasi assente ed esente dalle angosce, che risultano soltanto prerogativa dell’uomo. È come se la donna fosse immune dei mali, delle paure e delle afflizioni che la società impone violentemente e senza scampo. Per questo qualcuno potrebbe definire il film di stampo maschilista. Dal film, infatti, emergono le problematiche che si evincono da fatti, comportamenti e pensieri dei protagonisti (la solitudine, … non bastano i soldi per essere felici … la vita è un gioco dove le regole le decidiamo noi … gettare la famiglia nel cesso … nell’ordine delle cose sono necessari i potenti e le bestie … il complesso di inferiorità) e che, in un isolamento psichico irruente e violento in modo latente, attanagliano quattro amici, protagonisti del film: Marco (Michele Bottalico), il ristoratore il cui unico problema che lo affligge è il divorzio, Gianni (Matteo Perillo), il dentista single facoltoso che soffre di solitudine, Stefano (Filippo Totaro), l’impiegato complessato di mille euro al mese che soffre di complesso di inferiorità per la sua situazione economica precaria, e il veemente Fabrizio (Peppe Sfera), l’avvocato fascista assillato soltanto dal suo lavoro. Le affinità che uniscono questi quattro amici sono il ricordo del tempo passato e, soprattutto, il calcio, che li porta a passare un fine settimana in una casa di campagna presa in affitto, per seguire davanti al televisore, durante una cena conviviale, un torneo calcistico che li vede tutti rivali. Rivalità che si evidenzia anche nella loro vita sociale in modo drammatico, nudo e crudo,  e anche spaventoso.
 
Il film, [il terzo lungometraggio di Stefano Simone dopo i recentissimi Unfacebook (2011), dal un tema tratto da un racconto breve di Gordiano Lupi, e Una vita nel mistero (2010), una novella legata alla devozione verso padre Pio], girato nell’interno di una casa, manifesta un’impronta di evidente stampo teatrale data dai frequenti dialoghi molto intensi e profondi, ma la prova recitativa degli attori spesso risulta poco efficace. Anche lo sviluppo della sceneggiatura di Francesco Massaccesi, che è basata sul meccanismo del sapere e del non sapere, risulta poco convincente e sconclusionato tant’è che riesce difficile conciliare in modo efficace le azioni violente dei protagonisti con le storie personali che le hanno determinate. La visione del film, tuttavia, si  segue serenamente, anche se, come già detto, lascia lo spettatore incredulo in seguito alla descrizione dei fatti non ben modellati che si susseguono.
I riferimenti culturali presenti sono molteplici e arricchiscono il film che altrimenti risulterebbe sciapo. Ci sono, soprattutto, quelli allo scrittore russo Anton Cechov la cui traccia “si connette con l’espressione di stati d'animo complessi, delle sfumature emozionali di personaggi apparentemente quotidiani, ma portatori di istanze attribuibili ad ogni essere umano” e ben si congiunge con ”la tragedia sconfinata della mediocrità, l'esistenza scialba e gretta, senza ideali e senza mete …; la vita sciupata di uomini corrosi dalla consapevolezza dell'inutilità, schiavi dell'abitudine di vivere”. I protagonisti di questo film, infatti, “non amano la loro vita, perché non sanno viverla” e perché “si trovano in una situazione spirituale di una ambiguità delicatissima”. “Essi vorrebbero sapere, vorrebbero agire, vivere, e questo slancio impotente costituisce il vero principio dinamico del loro dramma”.
Anche il riferimento alla poesia “Piccolo agnello” di William Blake e alla sua recitazione da parte di Gianni, “alla cultura che non si compra”, “al cinema alto con il quale non si fanno incassi” fanno da cornice ricca e prosperosa di un film che avrebbe potuto essere per il tema affrontato molto coinvolgente e convincente.
Le musiche di Luca Auriemma ben si adattano al clima affliggente del film e caratterizzano appropriatamente i fatti angosciosi e irrefrenabili che si susseguono.
 
Francesco Giuliano