Una breve digressione sugli albori della Chimica moderna

Ritratto di Giuliano Francesco
Tra il V-IV secolo a.C., in seguito alla continua osservazione di alcuni fenomeni naturali (la biancheria stesa al sole che si asciugava o il livello dell’acqua contenuta in un recipiente che si abbassava dopo qualche tempo) i cosiddetti filosofi presocratici trassero la convinzione che la materia fosse costituita da particelle piccolissime, non visibili all’occhio. Gli stessi effluvi emessi dai fiori che inebriavano le narici o la vescica animale che si rigonfiava soffiandovi dentro, li indussero a rafforzare tale convincimento. Furono fatti simili a questi che indussero Democrito a dire che “Opinione è il dolce, opinione l’amaro, opinione il caldo, opinione il colore: verità solo gli atomi e il vuoto” e a porre le basi della “concezione atomica”, che era il risultato di una mera astrazione, dove non c’era distinzione tra concetto astratto e fatto, tra astrazione e osservazione di un fenomeno, tra ideale e reale. Fu questa mancanza di concretezza che la rese di difficile comprensione, perché all’osservazione si presentavano dei corpi e non degli atomi.  Per la sua semplicità e completezza e perché lasciava un largo spazio alle esperienze chimiche sulle sostanze, in seguito, prese il sopravvento la “concezione aristotelica” molto concreta perché fondata sui quattro “principi”: aria, acqua, terra, fuoco. La concezione atomica, tuttavia, non fu mai abbandonata del tutto nelle epoche successive. Avvenne tra il XVI-XVII secolo, infatti, il rifiorimento dell’atomismo democriteo che contribuì anche a porre le basi della scienza moderna. La concezione aristotelica della natura era stata condivisa dalla Chiesa sin dalle origini perché i “principi” su cui essa si basava erano stati creati da Dio, mentre quella atomica era stata respinta perché considerata materialistica e quindi atea.  A ciò si aggiungeva il fatto che tali “principi” risultavano molto comprensibili e comunemente accettati perché si riferivano alle esperienze sulle sostanze macroscopiche associate ai dati sensoriali.  Nel 1623, in “Instauratio magna”, Francesco Bacone fu il primo a rifiutare la concezione aristotelica e cercò di utilizzare il metodo induttivo col quale l’uomo avrebbe potuto dominare la natura.  Il filosofo inglese sosteneva che “l’acutezza che la natura mostra nelle sue cose” induceva gli studiosi, facendoli sbagliare, a dare spiegazioni irrazionali e quindi magiche.  Nel XVII secolo, per fortuna, ci fu un rifiorire diffuso di posizioni critiche nei confronti dell’aristotelismo anche in scienziati e filosofi ecclesiastici, i quali ripresero la concezione atomica.  Il francese P. Gassend, detto Gassendi, abate e filosofo, dalle sue ricerche con il microscopio, strumento inventato da Galilei, fu indotto a riprendere la concezione democritea, perché rivelò particelle minutissime che, essendo invisibili ad occhio nudo, pensò che fossero atomi.  Il prelato tentò di conciliare l’atomismo con l’escatologia cristiana e condivise la concezione eliocentrica copernicana.  Era molto pericoloso condividere le idee filosofiche di stampo democriteo o condividere il sistema eliocentrico perché si rischiava di essere inquisiti e considerati eretici dall’Inquisizione che combatteva, anche con il rogo, tutti gli individui che erano accusati di posizioni eterodosse o eretiche nei confronti della Chiesa. Questo costituì un freno allo sviluppo del pensiero critico e creativo per lungo tempo. La Controriforma, infatti, sancita dal Concilio di Trento durato circa un ventennio verso la metà del XVI secolo, aveva istituito la lotta contro la modernità luterana, sottoponendo il popolo all’obbedienza delle gerarchie ecclesiastiche. Non è un caso che Giordano Bruno, difendendo la libertà di giudizio, sostenendo che“La verità è quella entità che non è inferiore a cosa alcuna…” e lottando contro ogni forma di censura, finì sul rogo agli inizi del 1600.  Non si deve dimenticare, inoltre, anche che le gerarchie della Chiesa si rendevano chiaramente conto dei pericoli di una dottrina, materialistica nella sua essenza, come quella di Democrito, nella quale non rimaneva posto per la divinità.
La teoria atomistica acquistò, dunque, grande diffusione grazie all’attività dell’abate Pierre Gassendi, che si sottrasse dall’accusa di ateismo, sostenendo che gli “atomi” fossero stati creati da Dio. Egli sostenne, abbracciando la filosofia epicurea, anche che gli atomi, unendosi, formavano particelle più complesse, le molecole. Così per la prima volta nella letteratura scientifica comparve il concetto nuovo di “molecola” a indicare gruppi o associazioni di atomi. Vero è che Gassendi nelle sue opere partiva ancora da un punto di vista filosofico, ma la sua eredità divenne patrimonio della fisica e della chimica già nei successivi lavori di Robert Boyle. La concezione aristotelica, considerata fino ad allora assoluta e indiscutibile, venne messa effettivamente in discussione per la prima volta dal chimico irlandese nel 1661 che, con la pubblicazione del “The sceptical chymist”, manifestò la sua convinzione che i “principi aristotelici” non erano in grado di poter spiegare i risultati sperimentali in modo razionalmente accettabile, e criticò anche la teoria di Paracelso che con i suoi “principi” impediva la classificazione esaustiva delle sostanze. 
L’influenza della Chiesa a questo riguardo fu così grande che, ancora alla fine del XVII secolo, un grande scienziato come Boyle per poter utilizzare la teoria atomistica, dovette epurarla di quell’alone di ateismo che la caratterizzava. Soltanto all'inizio del XIX secolo John Dalton ripropose rielaborandola la teoria di Democrito fondando la “Teoria atomica moderna”. Tuttavia, nel XVII secolo si posero le basi del pensiero scientifico moderno e si costituirono le premesse del Secolo dei Lumi con tutto ciò che ne derivò.
Francesco Giuliano