Nella Giornata della memoria per ricordare “Auschwitz, città tranquilla” di Primo Levi

Ritratto di Giuliano Francesco

“Può stupire che in Lager uno degli stati d’animo più frequenti fosse la curiosità. Eppure eravamo, oltre che spaventati, umiliati e disperati, anche curiosi: affamati di pane e anche di capire. Il monco intorno a noi appariva capovolto, dunque qualcuno doveva averlo capovolto, e perciò essere un capovolto lui stesso: uno, mille, un milione di esseri antiumani, creati per torcere quello che era diritto, per sporcare il pulito. Era una semplificazione illecita, ma a quel tempo e in quel luogo non eravamo capaci di idee complesse. …”. Inizia così il racconto “Auschwitz, città tranquilla”, scritto l’8 marzo 1984 da Primo Michele Levi (torinese, 1919-1987), chimico, scrittore e poeta, partigiano antifascista. Oggi, 27 gennaio 2015, in cui ricorre la “Giornata della memoria” fondamentale per l’intera umanità, al fine di non dimenticare fino a che livello possa arrivare la pazzia umana, ho pensato di ricordare Primo Levi sia perché è stato testimone dell’alto livello criminoso a cui può arrivare la mente umana, sia per il legame sentimentale che mi accomuna a lui per l’amore verso la chimica, essendo anche io chimico. Aveva già compiuto ventiquattro anni, come lui stesso racconta  quando, essendo ebreo, fu fatto prigioniero della milizia fascista il 13 dicembre 1943, e fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia. Scampato alla morte, riuscì a ritornare in Italia, raccontando le atroci barbarie naziste, che vide e che provò in prima persona, nel suo romanzo “Se questo è un uomo”, il cui incipit è terribilmente pauroso e mostruosamente greve: “Voi che vivete sicuri/ nelle vostre case,/ voi che trovate tornando a sera/ il cibo caldo e visi amici:/ considerate se questo è un uomo/ che lavora nel tanfo/ che non conosce pace/ che lotta per mezzo pane/ che muore per un sì o per un no./ Considerate se questa è una donna,/ senza capelli e senza nome/ senza più forza di ricordare/ vuoti gli occhi e freddo il grembo/ come una rana d’inverno./ Meditate se questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi alzandovi;/ ripetetele ai vostri figli./ O vi si faccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi”.

Per ricordarlo e per non dimenticare le nefandezze e le efferatezze dell’umana genia, dei “signori del male” nazisti, continuo a riportare il racconto “Auschwitz, città tranquilla”: “Per quanto riguarda i signori del male, questa curiosità, che ammetto di conservare, e che non è limitata ai capi nazisti, è rimasta pendente. Sono usciti centinaia di libri sulla psicologia di Hitler, Stalin, Himmler, Goebbels, e ne ho letti decine senza che mi soddisfacessero: ma è probabile che si tratti qui di una insufficienza essenziale della pagina documentaria; essa non possiede quasi mai il potere di restituirci il fondo di un essere umano: a questo scopo, più dello storico o dello psicologo sono idonei il drammaturgo o il poeta. Tuttavia questa mia ricerca non è stata del tutto infruttuosa: un destino strano, addirittura provocatorio, mi ha messo anni fa sulle tracce di ‘uno dell’altra parte’, non certo un grande del male, forse neppure un malvagio a pieno titolo, tuttavia un campione e un testimone. Un testimone suo malgrado, che non voleva esserlo, ma che ha deposto senza volerlo e forse addirittura senza saperlo. Coloro che testimoniano attraverso il loro comportamento sono i testi più preziosi, perché certamente veridici. Era un quasi-me, un altro me stesso ribaltato. Eravamo coetanei, non dissimili come studi, forse neppure come carattere: lui, Mertens, giovane chimico tedesco e cattolico, e io, giovane chimico italiano ed ebreo. … Se Hitler è salito al potere, ha devastato l’Europa e ha condotto la Germania alla rovina, è perché molti buoni cittadini tedeschi si sono comportati come lui cercando di non vedere e tacendo su quanto vedevano” (ndr: Mettens lavorava nella stessa fabbrica chimica in cui lavorava Levi: Mettens stava fuori e Levi dentro il filo spinato). (Da Primo Levi – Tutti i racconti – Einaudi, 2005).

Questa breve ma chiara testimonianza dovrebbe farci riflettere sul fatto che, quando scegliamo i nostri rappresentanti politici o ci lasciamo influenzare e trasportare da loro acriticamente e passivamente, diventiamo assolutamente corresponsabili delle loro azioni buone o cattive che siano. Il populismo è un mezzo di persuasione che coinvolge la sfera emotiva delle persone che, senza mettere in gioco la loro sfera razionale, vengono attratti e convinti dal ciarlatano di turno! E, se poi il ciarlatano è un criminale, nessuno potrà dire: “io non c’ero!”

Francesco Giuliano