Il regista Sebastian Grobler con il film “Lezioni di sogni” (Der ganz große traum) fa lezione su come si può fare scuola motivando gli studenti.

Ritratto di Giuliano Francesco
Voglio dare inizio ad una serie di recensioni di film, già pubb licate in altri siti web, che parlano di scuola e delle problematiche dei giovani moderni.
 
Titolo: Lezioni di sogni
Titolo originale: Der ganz große traum (Il grande sogno del calcio)
Regia: Sebastian Grobler
Produzione: Germania, 2011
Cast: Daniel Brühl, Thomas Thieme, Daniel Brül, Vincent Kastner, Burghart Klaußner, Jürgen Tonkel, Kathrin von Steinburg, […]
 
 
Questo film ricalca per certi versi la trama del “L’attimo fuggente” di Peter Weir con Robin Williams, anche se è liberamente tratto da fatti realmente accaduti nella Germania imperiale verso il finire del XIX secolo, quando il militarismo estenuante e l’insensato e rigido rigore educativo stavano alla base di ogni insegnamento, e quando il distacco tra le classi sociali era marcatamente inumano. I ricchi denigravano i poveri e questi erano costretti a sopperire, senza alcuna possibilità di contrasto, alle loro angherie. A questi ultimi non era permesso niente, neppure frequentare le scuole dei ricchi, ovvero se gli era permesso dovevano sborsare lauti compensi insostenibili e sopportare i loro soprusi gratuiti.
A differenza del  film di Weir, questo primo lungometraggio di Sebastian Grobler (già assistente alla regia del film Al di là del silenzio di Caroline Link, candidato all’Oscar 1996) sembra una favola a lieto fine per il modo come è condotto e sceneggiato, senza infamia e senza lode. Ma ha un pregio importante, quello di parlare di scuola, di una scuola dove risalta con estrema evidenza che eventuali metodi anticonvenzionali informali e insoliti urtano non solo contro l’intolleranza dei genitori “benpensanti” conservatori e contrastano con gli stereotipi e con gli interessi del potere costituito, ma non risultano neppure condivisi dai docenti retrogradi e antiprogressisti.
In certo qual modo, una situazione simile si riscontra nelle scuole italiane per ciò riguarda il concetto restrittivo e gerarchico di Cultura. Forse, parlando di insegnamento scientifico, ha ragione l’astronoma Margherita Hack (Libera scienza in libero stato, Rizzoli) quando afferma che “I virtuosi tentativi di avvicinare alla scienza i nostri più giovani concittadini basteranno a cancellare il disinteresse o peggio la diffidenza per la cultura scientifica? Sopravvive tuttora, per colpa di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, il pregiudizio che vede nella scienza una forma di cultura minore, rispetto alla Cultura con la C maiuscola che era quella umanistica. Per Croce solo la cultura umanistica è quella elevata, con la C maiuscola; per lui solo le menti profonde sono in grado di dedicarsi alla filosofia, mentre “gli ingegni minuti” possono occuparsi di matematica o di botanica. Quanto ciò sia sbagliato ce lo dimostra l’opera di Albert Einstein, o le intuizioni di Marx Planck o le scoperte di Galileo.
Allora ha senso parlare di due culture, l’umanistica e la scientifica: dov’è il confine tra l’una e l’altra? Persino sui giornali talvolta le pagine della cultura e della scienza – quando compaiono! – sono separate, come se la scienza non fosse cultura.”. E, a differenza dei genitori degli studenti della scuola tedesca, attorno a cui ruota il film di Grobler, nella scuola italiana forse non ci sono le posizioni della Chiesa nei confronti della Scienza, come riferisce ancora la stessa Margherita Hack nel suo citato saggio, “il cardinale J. Ratzinger ancor prima di essere eletto papa sosteneva che: <Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla di definitivo e che lascia come ultima misura il proprio io e le sue voglie>. E, continua la Hack, <… dopo essere diventato papa ha accusatogli scienziati di essere arroganti e avidi: La scienza moderna a volte segue solo il facile guadagno e tenta di sostituirsi al Creatore con arroganza, senza essere in grado di elaborare principi etici, mettendo in pericolo la stessa umanità>.” Non dovrebbero esserci interferenze di tale tipo, così come recita il primo capoverso dell’art. 33 della Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. …”.
 
Un docente tedesco Konrad Koch (Daniel Brühl), recatosi a studiare inglese all’Università di Oxford, dopo aver conseguito la laurea ritorna in Germania perché viene chiamato ad insegnare, avendo avuto sentore del suo metodo di insegnamento innovativo, dal direttore di una scuola, in cui i docenti usano metodologie ortodosse e superate, anzi sbagliate dal punto di vista formativo, ma che sono bene accette e consone ai dettami dei cittadini ricchi dalla mentalità autoritaria e militarista, sostenitori di quella istituzione scolastica. Il giovane Koch, infatti, dopo i primi tentativi risultati vani, come ogni bravo insegnante ricorre a strumenti educativi che possono sembrare bizzarri ed “eretici” ma efficaci. Utilizza il gioco del football per catturare l’attenzione dei suoi studenti e per motivarli allo studio dell’inglese, ritenuta lingua secondaria e di scarsa importanza, ottenendo subito risultati soddisfacenti.
È stato importante averlo trasmesso in prima serata su RAI1, soprattutto di domenica sera (3 giugno), quando milioni di spettatori vedono la televisione, perché questo film dà un messaggio significativo: qualunque riforma scolastica non servirà a niente se non si smantellano gli atteggiamenti retrivi di alcuni docenti, che si racchiudono nelle loro nicchie disciplinari, e se non si cambia la metodologia didattica. Non è un caso che insigni pensatori abbiano espresso opinioni a riguardo. A tal proposito mi sovviene citare Cartesio, il grande filosofo razionalista, quando sostiene che “volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi”. È, a fortiori, necessario citare anche il filosofo E. Severino quando afferma che “Il problema della corrispondenza delle nostre rappresentazioni con la realtà esterna è il problema specifico della filosofia moderna fino a Kant. È stato chiamato "problema gnoseologico", cioè problema del valore della "conoscenza" (gnosis). Ormai abituati a considerare le filosofie come isole separate le une dalle altre e con fisionomie tipiche e contrapposte, non teniamo presente che le isole si appoggiano sul fondo comune che le sostiene e che nella storia della filosofia ciò che conferisce all'insieme il suo significato autentico è appunto quel fondo”.
La metodologia attualmente usata nella nostra scuola, in effetti, serve allo studente ad “avere conoscenza”, che corrisponde all’assunzione e al mantenimento del possesso delle conoscenze disponibili (memorizzazione), piuttosto che a “conoscere”, cioè ad apprendere qualcosa di funzionale come parte integrante del processo di elaborazione mentale produttiva (assimilazione e accomodamento). Allora sarebbe auspicabile nell’insegnamento tener conto delle moderne teorie costruttiviste le quali sostengono, a ragione, che la conoscenza è una costruzione autonoma dell’individuo e, in particolare, facendo riferimento al costruttivismo psicogenetico piagetiano, che nessuna conoscenza umana è preformata ma viene costruita dall’individuo che elabora autonomamente sia le strutture operatorie sia i modelli e le rappresentazioni della realtà.
Francesco Giuliano