Il regista Paul Thomas Anderson in “The master” indaga sulla solitudine, sulla dipendenza e sulla psicolabilità dell'uomo.

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: The master
Regia e sceneggiatura: Paul Thomas Anderson 
Produzione: USA 2012
Cast: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers, Rami Malek, Jesse Plemons, Lena Endre, […]
 
Non c’è che dire se non quello di constatare che questo film del regista Paul Thomas Anderson è straordinario e singolare nella originale sceneggiatura, perché mette in evidenza come la ciarlataneria e il conseguente linguaggio insignificante e inconcludente, da una parte, e i postumi della guerra, dall’altra, possano creare squilibri irreparabili sugli individui, soprattutto su quelli più deboli sia psichicamente che culturalmente. Il film palesa un’indagine sulle meschinità, sulla psiche e sui comportamenti umani che non sempre risultano consoni e adeguati alla normalità del vivere comune. Anderson, infatti, descrive ancora una volta la solitudine dell’uomo alla rincorsa delle sue ossessioni e delle sue testardaggini che lo allontanano dal dare un significato corrispondente al vero senso della vita. Come nel film “Il petroliere” (2008, con Daniel Day-Lewis), dove si descrive la vita solitaria, l’attitudine arrivista e senza scrupoli di un mercante di petrolio, così in “The master” il regista evidenzia la solitudine e il disorientamento di Freddie Quell (Joaquin Phoenix), il protagonista del film, il quale, reduce dalla guerra che lo ha reso labile mentalmente e ossesso sessualmente, va alla ricerca di tutto ciò che possa dare sfogo al suo istinto erotico represso e bloccato dalla privazione, tra cui le creazioni sulla spiaggia di figure femminili di sabbia, accanto alle quali Freddie si sdraia o le masturbazioni sul mare, e di tutto quello che possa indirizzare il proprio istinto violento in comportamenti nel complesso tollerabili. Per questa psicolabilità, Freddie è sottoposto ad analisi e a cure mediche molto generiche che non danno esito positivo e, una volta congedato, incomincia a fare un lavoro dopo l’altro, che è costretto, ogni volta, a lasciare per la sua irritabilità e a fuggire per la sua forte perdita di controllo. Casualmente una notte scappando, si rifugia su un battello dove incontra Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) che si professa scrittore, medico, capitano, un tuttologo per l'appunto, ma che in realtà è un mistificatore di successo. Lancaster è un uomo dotato di grande fascino, che per il suo carisma ha un effetto attrattivo sulle persone, tant’è che riesce a circondarsi di una sfilza di creduloni, poveri culturalmente, che lo seguono indiscutibilmente. Freddie è uno di questi. La scena del film che ritrae Lancaster, che si incammina, seguito da Freddie a passo pesante e concorde, dopo che i due hanno dissepolto una cassetta contenente un libro ancora non pubblicato, descrive encomiabilmente e con forza la dipendenza psichica certa del secondo dal primo. Un plagio. Freddie, tuttavia, sente il bisogno inconscio di svincolarsi da questa sottomissione e questo è dimostrato da un’altra bellissima scena del film dove Freddie corre veloce con una moto dileguandosi e quindi fuggendo da Lancaster.
A mio parere, il film è anche un atto di accusa contro la guerra e contro le droghe, (in questo caso contro l’alcool) e anche contro gli impostori che provocano, ognuno per proprio conto, delle deviazioni psichiche irreversibili che si riflettono a fortiori sulla società danneggiandola. Il regista di questo film come già detto è Paul Thomas Anderson, di cui Daniel Day-Lewis, intervistato da Antonio Monda su “Venerdì” di “la Repubblica” in merito alla sua ultima interpretazione nel film “Lincoln”, dice che è “un magnifico regista consapevole del suo talento che non ha paura di rischiare ed esagerare in maniera iperbolica”. Una descrizione che condivido pienamente.
Il film è stato presentato alla Mostra Internazionale di Arte cinematografica 2012 dove sono stati assegnati il “Leone d’argento” per la regia a Paul Thomas Anderson e la “Coppa Volpi” sia Joaquin Phoenix sia a Philip Seymour Hoffman per la migliore intepretazione maschile. Joaquin Phoenix è diventato attore famoso dopo la magnifica interpretazione dell’imperatore romano Commodo nel film “Il gladiatore”(2000) di Ridley Scott. Philip Seymour Hoffman, invece, è stato interprete del film “Le idi di marzo” (2011) presentato alla mostra del cinema di Venezia 2011.
Giuliano Francesco