Il film “La grande bellezza” racconta con sferzante ironia "la grande bruttezza" della borghesia romana

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: La grande bellezza
Regia. Paolo Sorrentino
Soggetto: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Produzione: Italia, Francia, 2013
Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Isabella Ferrari, Galatea Ranzi, Anna Della Rosa, Roberto Herltizka, Giovanna Vignola, Massimo Popolizio, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Massimo De Francovich, Dario Cantarelli, Anita Kravos, Ivan Franek, Luciano Virgilio, Lillo Petrolo, Serena Grandi, Vernon Dobtcheff,[…]
 
Il nostro modo di vivere che si delinea nei suoi aspetti fondamentali sin dalla nascita, equivale a stare dentro una gabbia di vetro. Questa ci permette di guardare tutto ciò che viene al di fuori ma non ha via d’uscita se non quella conseguente all’improbabile rottura del vetro che potrebbe essere accompagnata da momenti di dolore e di grande sofferenza. Ogni uomo lungo tutto il suo percorso vitale medita sul niente perché obbligato dalla società in cui vive e dai vincoli imposti dalle regole sociali del momento storico. È indotto continuamente a  mettersi la maschera, a fingere costantemente, spinto da un senso nullifero che lo affligge senza sosta per tutta la sua esistenza. Vive invece in uno stato di torpore sia fisico che mentale come se fosse nella valle dell’Eden, beato e sereno. Arriva  poi la morte senza che egli abbia trovato una risposta a tutto ciò. Se, tuttavia, durante la vita egli si desta da questo generale intorpidimento mentale e, fortunato, coglie la vera essenza della vita, allora si spoglia di ogni forma di oppressione e diventa un eroe. Ma questo succede raramente o non succede affatto. L’eroe, infatti, è colui che, per caso o per necessità, riesce a liberarsi da tutto il peso dei condizionamenti che frenano il suo ardore, la sua voglia di crescere, il suo desiderio di divenire un uomo libero per cogliere l’umanità che è in lui, e agisce al di fuori di tutti quegli schemi che la società nel suo complesso gli impone. Libertà illusoria che porta alla morte involontaria come avviene per la spogliarellista Ramona (Sabrina Ferilli) o volontaria come succede al giovane depresso (Luca Marinelli). Ogni individuo ama deambulare attraverso la vita senza pensare a quello che fa e, alla fine, volgendosi indietro si accorge quanto miserabili e squallide siano state le proprie azioni. Allora la vita che ha vissuto la sopporta male perché si rende conto di aver perso tanto tempo ed è troppo tardi per poter cambiare il proprio modus vivendi. È quello che succede al protagonista del film, lo scrittore, giornalista e critico teatrale Jep Gambardella (Toni Servillo), un vitellone per intenderci, che ha scritto un solo romanzo in gioventù, dal titolo consono al tema affrontato dal film “L’apparato umano”.
Ma oggi anche la religione si mostra distratta e non disponibile ad accogliere i lamenti e le frustrazioni di chi si accorge dell’illusione provocata da questa società malaticcia, inconcludente e priva di scopo. Prova ne è il comportamento tutt’altro religioso e attento alle problematiche esistenziali del cardinale festaiolo (Roberto Herltizka), grande conoscitore solo di ricette culinarie. Al finir della vita ci si addentra profondamente negli antri oscuri della propria coscienza che grida perdono. Ma chi lo deve dare questo perdono se non si crede ad un essere superiore? Piuttosto che trovare un’entità che lo possa perdonare, dovrebbe essere lui stesso a comportarsi in modo da non avere niente da farsi perdonare. È cosa fatua chiedere a Dio ciò che lui può procurarsi da solo?
Emerge dal film tutto questo. Emerge soprattutto l’aspetto deleterio e nocivo, che pone in sordina la cultura, evidenziato dal fatto che Jep Gambardella non ha scritto altri libri oltre il primo perché distratto dalla vita mondana in cui si è calato  e da “altre faccende affaccendato”, e anche dal fatto che l’attore teatrale (Carlo Verdone), colto da giusto sconforto, abbandona la scena e il teatro e se ne ritorna al suo paese natio per sempre. Nel film “La grande bellezza” sin dalle prime immagini emerge soprattutto il contrasto tra la grandezza monumentale di Roma e la sua secolare bellezza e la Roma-Babele dove si svolge una vita vuota, squallida, e priva di senso e di valori.
Il film, ricchissimo di attori di elevato livello artistico, ricorda “La dolce vita” di Federico Fellini (1960, Palma d’oro al XIII Festival di cannes e Premio Oscar per i costumi), ma se ne differenzia in quanto Sorrentino descrive magistralmente e con una sferzante punta ironica, come un affresco, la “disumanità” imperante dell’uomo e calca la mano impietosa su tutti i protagonisti senza concedere a niuno scampo o salvezza tranne a chi per impotenza rinuncia a vivere.
La narrazione del film è volutamente disorganica così come scompaginata si svolge la vita dei protagonisti, e per questo appare talora a tratti disorientante, ma travolgente sullo spettatore.
Francesco Giuliano