Con il film “L’intrepido” Gianni Amelio fa ancora centro

Ritratto di Giuliano Francesco
Dal vocabolario Treccani "intrepido" (etimologicamente proviene da latino in-trepidus, non timido), che fa ricordare quel bellissimo e istruttivo settimanale di fumetti (Liberty Kid, Bufalo Bill, Roland Eagle, Il Cavaliere ideale, Il principe del sogno, Arturo e Zoe, ecc.)  comparso nelle edicole a metà degli anni ’50, è colui “che non trema di paura, che mostra saldezza di cuore e fermezza d’animo soprattutto nel compiere atti di valore, nell’affrontare un pericolo, nell’iniziare e proseguire in un’azione anche rischiosa ritenuta un dovere (detto perciò in genere di chi dimostra un coraggio attivo …” e questo è il carattere che dimostra Antonio Pane (Antonio Albanese) il protagonista del film “L’intrepido” di Gianni Amelio. Il film, presentato alla 70^ Mostra del Cinema di Venezia, molto apprezzato dalla stampa presente tant’è che ha avuto 11 minuti di applausi, è una favola ambientata nel nostro tempo, a Milano. Esso descrive le vicissitudini un eroe, ovvero di un uomo comune che dà prova di grande valore e coraggio compiendo azioni straordinarie dal punto di vista umano e che dà prova di grande generosità e di spirito di sacrificio. Un uomo che si distacca, appunto per ciò, dagli stereotipi ricorrenti e che trasmette quei sentimenti profondi che oggi gli individui stanno perdendo o hanno perso del tutto. Un uomo solo, in definitiva. Un uomo che lotta con i suoi modi contro la violenza, contro la sopraffazione, contro gli affari loschi, che sopporta senza dramma il suo status di precario, che ama il lavoro anche  quello non retribuito, che non si lascia distogliere dal timore, che manifesta una ricchezza interiore di umanità che oggi è diventata desueta nelle maggior parte persone, e che mostra un attaccamento a quei valori essenziali umani su cui si basa il vivere comune. Antonio Pane, 48 anni, divorziato dalla moglie (Sandra Ceccarelli) vive solo, ha un figlio (Gabriele Rendina) che studia al Conservatorio e suona il sax, ed è sfruttato da un camorrista (Alfonso Santagata) che si prende una parte degli emolumenti dei lavori giornalieri o anche orari, di tutti i tipi e di tutte le taglie, che gli procura. Antonio cerca di uscire da questo stato di precariato partecipando inutilmente ad un concorso dove, per caso, conosce una donna (Livia Rossi), una giovane senza lavoro con la quale fa amicizia. La donna risulta disadattata, disorientata, senza punti di riferimento nella società in cui vive, la quale non le dà nessuna speranza di crescita individuale e che ha represso i suoi sogni, base essenziale per vivere e per dare un senso alla vita. Senza sogni non c’è amore, senza sogni non c’è vita. Il film viene condotto con una vena pessimistica, e anche tragica, che porta lo spettatore a riflettere sullo status quo e per il quale costituisce una finestra che si affaccia sulla società attuale mettendone in risalto tutte le sue problematiche sociali ed economiche, ma che trasmette, al tempo stesso, il modo, secondo il regista, di risollevare le sorti degli individui e di dare loro la capacità di ritornare a sognare .
Gianni Amelio, calabrese sessantottenne, è un regista che ha sempre fotografato con profondità e con perspicace acume la condizione umana nella sua amara realtà. Esordisce con “Colpire al cuore” (1983) sul terrorismo, ritorna con “I ragazzi di via Panisperna” (1988) sugli scienziati che, con le loro divergenze, hanno dato impulso alla fisica moderna. Nel 1991 mette in campo “Porte aperte” che si aggiudicò la nomination all’Oscar 1991 con un grande Gian Maria Volontè e, l’anno seguente, “Ladro di bambini” (1992). Nel 1994 ritorna con “Lamerica” che descrive, come un cronista integerrimo, le vicende del popolo albanese abbagliato dal miraggio italiano. Vince, poi, il Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 1998 con “Così ridevano” sull’emigrazione meridionale al nord. Il suo penultimo film è “Il primo uomo” (2012) premiato dalla critica internazionale al Festival del Cinema di Toronto. Ora Amelio ha realizzato “L’intrepido”, presentato al 70° Festival di Venezia. La sceneggiatura ruota attorno  al grande Antonio Albanese che, con la sua bravura, regge magnificamente ed esalta con perspicacia il film per tutta la sua durata.                                                  
               Francesco Giuliano