Con “Django Unchained”, Tarantino confeziona con il suo inconfondibile stile un film divertente e ricco di significati

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: Django Unchained
Regia e sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: USA 2012
Cast: Jamie Foxx, Christofh Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Walton Goggins, James Remar, Don Jonhson, […]
 
Quest’ultimo film “Django Unchained” di Quentin Tarantino vuole essere un omaggio al film western italiano “Django” (1966) diretto dal regista italiano Sergio Corbucci e interpretato da Franco Nero che in questo film è un cameo, cioè che interpreta una piccola parte, quella di Amerigo, amico del crudele Calvin Candie (Leonardo DiCaprio) invitato ad assistere ad una lotta cruenta tra due schiavi negri. Ma vuole essere, con la canzone “Ancora qui” cantata da Elisa Toffoli, anche un omaggio a Ennio Morricone che compose la bellissima musica del primo film western italiano “Per un pugno di dollari” (1964) di Sergio Leone, con il quale si avviò il prolifico filone di film spaghetti western, da cui il regista prende diversi spunti. Non è un caso, infatti, che la colonna sonora comprenda brani di film come il citato “Django, “Lo chiamavano trinità” e altri, o ancora Quentin Tarantino è lui stesso un cameo che scoppia in una miriade di pezzi con la dinamite che portava addosso.
“Django Unchained” è un film completo perché affronta tanti temi sociali importanti e attualissimi, e rientra nel suo inconfondibile stile beffardo e bizzarro con il consueto linguaggio iperbolico, se pur violento, ma quietamente esilarante. Il susseguirsi di ogni scena, di ogni azione, di ogni frase detta, di ogni  sguardo, dall’inizio sino alla fine, attrae lo spettatore e lo incolla sulla poltrona costringendolo a non distrarsi neppure per un attimo per fargli cogliere il suo messaggio ironico che è contro il cinismo, contro la sopraffazione dell’uomo sull’uomo e quindi contro il razzismo e la schiavitù, contro l’orgoglio umano causa di tante nefandezze.
Al tempo stesso però, Tarantino trasmette un messaggio che esalta la libertà, l’amicizia e l’amore, sentimenti e concetti per i quali l’uomo mette in gioco tutto, anche la sua vita. Per questo il regista-sceneggiatore ha preso spunto nella stesura della scenografia dal mito parzialmente modificato di Sigfrido, l’eroe nordico che libera la sua amata Brunilde, prigioniera del feroce drago. È, quindi, un film sull’amore, quel forte sentimento impulsivo carico di attaccamento verso una persona o verso un ideale. Ma è anche un film sull’amicizia, l’altro sentimento affettivo, profondo e vicendevole tra due individui, che, insieme all’amore, è caratterizzato da forte emotività e spirito sociale, ed è basato su un rapporto biunivoco di rispetto e di stima. Cicerone nel suo saggio sull’amicizia “Laelius de amicizia” affronta il tema su questo sentimento e scrive che “amicus certus in re incerta cernitur” (il vero amico si manifesta nei momenti di bisogno). Ancor prima lo stesso Aristotele tratta sull’amicizia che considera  una qualità e un bene indispensabile all'uomo che non può vivere senza amici, importanti sia nella fortuna che nella sfortuna, nel privato che nel pubblico, nella giovinezza che nella senilità.
E sul concetto di libertà, è bene citare ancora Cicerone che in “Repubblica” afferma che “La libertà non si basa nell'avere un padrone probo, ma nel non averne”, ma anche il filosofo inglese Isaiah Berlin che, in “Quattro saggi sulla libertà” (Feltrinelli, Milano, 1989), sostiene che “L'essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c'è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l'illusione di averla”.
I concetti su esposti che abbracciano la sfera sentimentale, filosofica e sociale del sapere umano sono tutti esposti ed esaltati magnificamente nel film che descrive la storia di Django (Jamie Foxx), un negro schiavo, intorno alla metà dell’ottocento negli Stati Uniti d’America del Sud, il quale viene liberato da un tedesco, il dottor King Schultz (interpretato magnificamente da Christofh Waltz) che da dentista diventa un cacciatore di taglie. Tra i due si instaura un sentimento di amicizia molto forte, tant’è che attraverso una serie di peripezie, di uccisioni di ricercati che spruzzano sangue da tutte le parti, anche sulla lanugine del bianco cotone, i due riescono a farsi ospitare da un grande latifondista Calvin Candie che detiene per la coltivazione del cotone una miriade di schiavi negri, tra cui Brumilda (Kerry Washington), moglie di Django, con l’intento di liberarla. In questo contesto, Tarantino mette in evidenza la violenza inaudita e disumana delle azioni di Candie, esaltata soprattutto dalla lotta fratricida tra due negri, dall’aver fatto sbranare dai suoi cani senza batter ciglio un negro che aveva cercato di fuggire, dall’aver plagiato così bene il suo maggiordomo Stephen (Samuel L. Jackson) da farlo schierare sempre dalla sua parte e da difenderlo in ogni condizione.
“Django Unchained” è un film perfetto per la scenografia, per i diversi colpi di scena, per la bravura degli attori (tra i quali si distinguono, primo fra tutti Christofh Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson e Jamie Foxx),  per l’ironia e per il linguaggio paradossale e tragicomico usato. Il film ha, infatti, ottenuto 5 nomination al premio Oscar 2013.
Francesco Giuliano