Aspetti educativi e contributo democratico della Chimica

Ritratto di Giuliano Francesco
La conoscenza scientifica è importante, non solo come sapere specialistico e tecnico, ma come uno degli aspetti più significativi della conoscenza umana. La mentalità veramente scientifica consiste nella capacità di rimettere in discussione le conoscenze acquisite. Ciò è possibile se delle conoscenze accumulate dall’umanità si conosce la genesi, lo sviluppo, gli aspetti ipotetici e problematici e non solamente ciò che è ancora attuale da un punto di vista utilitario.
A proposito, si ritiene  che sia doveroso e utile citare il pensiero di Roald Hoffmann, premio Nobel per la Chimica nel 1981 (da La chimica allo specchio- ed. Longanesi & C) “…Io considero l’istruzione una parte cruciale del processo democratico, un privilegio e un dovere per il cittadino. In effetti l’analfabetismo scientifico non mi preoccupa tanto in quanto limita la base del potere dell’individuo, uomo o donna, o in quanto incide sulla nostra competitività economica a livello mondiale. Quel che mi allarma di più nella diffusa ignoranza della chimica – un insuccesso del processo educativo – sono altre due cose. Innanzitutto, se non conosciamo i comportamenti basilari della realtà che ci circonda, e in particolare di quei comportamenti che gli esseri umani hanno aggiunto al mondo, diventiamo ‘alienati’. L’alienazione dovuta alla mancanza di conoscenza è un impoverimento. Essa ci fa sentire impotenti, incapaci di agire. Non comprendendo il mondo, possiamo inventarci misteri e nuovi dèi, un po’ come fece l’uomo nel passato quando volle trovare spiegazioni per il fulmine o l’eclissi, per il fuoco di sant’Elmo o le emissioni di zolfo vulcanico.
La seconda cosa che mi preoccupa nell’analfabetismo chimico mi riporta alla democrazia. L’ignoranza della chimica pone una barriera allo sviluppo democratico. Io credo profondamente, come a questo punto sarà ormai chiaro, che la ‘gente comune’ debba essere preparata a prendere decisioni… I cittadini possono ricorrere a esperti per farsi spiegare i vantaggi e gli svantaggi, le scelte, i benefici e i rischi. Ma la responsabilità di prendere decisioni non spetta agli esperti, bensì ai cittadini … I cittadini hanno anche il dovere di studiare la chimica abbastanza bene da poter resistere alla seduzione di chimici esperti …che possono essere assoldati al servizio di qualsiasi attività nefanda. Di qui l’importanza di istituire nelle scuole primarie e secondarie corsi di chimica che raggiungano un vasto pubblico … I corsi di chimica devono essere fedeli all’essenza intellettuale della disciplina, ma devono essere anche attraenti, stimolanti, coinvolgenti. E’ necessario che si rivolgano soprattutto agli studenti delle discipline umanistiche, ai cittadini informati, ai non professionisti”.
A tutto questo, da condividere pienamente, si aggiunge che nell’insegnamento, e non solo, bisogna tendere all’unificazione della cultura umanistica con quella scientifica, perché la separazione delle due culture ha portato e porterà solo malanni alla società intera, come ho sostenuto in Galileo and the Renaissance scientific discourse, Humanist culture and scientific culture: two sides of one culture, edito da Nuova Cultura. Nella suddetta pubblicazione ho riportato uno stralcio (in inglese) del racconto “Lo spaventapasseri”, tratto dal romanzo “I sassi di Kasmenai” di Giuliano Francesco, (ed. Il foglio letterario, 2008, ilfoglio@infol.it, www.ilfoglioletterario.it, www.lafeltrinelli.it) “… Il nonno, preso allora da una gran disperazione, irritato, entrò in casa e agguantò la doppietta, la caricò e sparò un colpo in direzione dello spaventapasseri, che tale non era; neppure un passero beccò.
Sparò un altro colpo e anche questa volta fallì il bersaglio. Si accorse però che quei volatili non ritornavano subito nel luogo di partenza ma lo facevano dopo un poco di tempo, in pratica dopo essersi accertati dello scampato pericolo. Questa osservazione fu provvidenziale perché il vegliardo pensò che gli uccelli si spaventavano col rumore prodotto dagli spari. Non poteva sprecare le cartucce che costavano tanto, e allora decise di fabbricare una miscela esplosiva così come gli aveva insegnato suo padre quando era ancora ragazzo. Andò nella stalla. Ciccio e Ianuzzu lo seguirono, spinti dalla curiosità. Con una paletta il vecchio raschiò, dalle pareti dei muri, la finissima efflorescenza di salnitro che affiorava in gran copia, facendola cadere in una bacinella; poi, polverizzò in un mortaio del carbone di legna preso dal caminetto in cucina; infine, in magazzino, don Tanu pigliò qualche cucchiaiata di zolfo, che usava per disinfettare le botti, prima che queste fossero riempite di vino, con i fumi prodotti dalla combustione. Afferrò, quindi, una vecchia tazza d’alluminio e vi pose 10 cucchiai di salnitro, un cucchiaio di zolfo e un cucchiaio di carbone; li miscelò intimamente e ne sistemò una piccola quantità su una grossa pietra posta per terra.
Su questo miscuglio diabolico mise una nera pietruzza basaltica ben levigata e vi scaraventò sopra il primo grande masso che trovò nei dintorni: in seguito all’urto la miscela, formata da quelle tre polveri, esplose e generò un rumore simile ad uno sparo. I passeri, che gironzolavano da quelle parti, ignari ma atterriti dallo scoppio, scapparono. Ciccio e Ianuzzu, avendo osservato attentamente come don Tanu, con grande perizia, aveva eseguito quell’operazione alchimistica, “ pigghiarono come a menta chiantata ‘nterra”. Si misero, infatti, a giocare, imitando il vecchio gagliardo, con quel miscuglio infernale per tutto il campo. Così il frumento sopravvisse ai passeri che, sconvolti ripetutamente e da più parti da quei continui fastidiosi botti tonanti, non tornarono più. Ciccio diventò subito un esperto tecnico qualificato in esplosivi. Si divertiva tanto a fare botti, un po’ qua e un po’ là, ma rimase incuriosito del fatto che quella mescolanza, in seguito all’urto, esplodeva in quel modo. Si chiedeva del perché c’erano queste sostanze che manifestavano quelle proprietà. Ma non trovò una risposta. Quando tornò a casa raccontò, quello che aveva visto e fatto, al padre e gli chiese spiegazioni. Don Beppe gli rispose: – Pirchì è accussì, nun ci n’è mutivu! Nun c’è nissuna spiegazioni! E’ comu u suli ca ogni matina nasci sempri do mari, e mori darreri a muntagna. E’ accussì e basta! Ma, vedendo Ciccio non del tutto convinto, il padre continuò: – Nun sacciu nenti di ‘sti cosi! Dumani, quannu vai a scola, addumannulu o to maestru, ca iddu l’avissi a sapiri. Sennò chi ci vai a fari?- Ed aggiunse per giustificarsi: – Dissi lu puddicinu na la nassa: quannu maggiuri c’è, minuri cessa. Con ciò il padre voleva dire al figlio che il maestro, sapendone più di lui, gli avrebbe saputo dare la risposta che voleva.
Il giorno dopo, ritornando a scuola il fanciullo descrisse il fatto al suo maestro, ma questo non seppe dargli una risposta esauriente perché egli, all’istituto magistrale, non aveva studiato la chimica in modo approfondito. Addirittura il maestro si arrabbiò perché Ciccio con quelle domande, che non gli doveva fare, lo aveva messo in difficoltà. Questo non era ammissibile per un maestro che doveva dimostrare di sapere tutto. Al bambino, però, rimase impressa la parola “chimica” pronunciata dal suo maestro, cui non chiese spiegazioni per timore di un altro rimprovero. – Chimica? Ma chi voli diri ‘sta parola strana? Chi è ostrogotu o saracinu, arabu o francisi?- si chiedeva, riflettendo, Ciccio. Quella parola, sentita per la prima volta, aveva suscitato la curiosità di Ciccio; in mente gli venne un altro dubbio. Assieme a tutti gli altri interrogativi che i fenomeni naturali gli avevano fatto insorgere fino allora, non trovò ovviamente una risposta adeguata se non dopo qualche anno, quando proseguendo gli studi al liceo, iniziò a studiare questa scienza dalla parola strana ma che lo appassionò per tutta la vita. Andò a cercare in un dizionario2 il significato di quel nome strambo e trovò scritto che la chimica è la “scienza che studia la composizione e la scomposizione dei corpi organici e inorganici, le leggi che le regolano e le proprietà dei corpi semplici e composti”. Ancor di più la mente gli si annebbiò per tutte quelle parole che erano contenute nella breve definizione vocabolaresca. E, con santa pazienza, Ciccio s’immerse in quel dizionario per colmare i tanti tremendi dubbi che si erano moltiplicati ancor di più. La colpa di tutto questo proveniva da quell’assordante miscela di polveri che con l’urto produceva il forte botto che faceva scappare i dannosi passeri. Le idee gli si complicavano ancora di più! Nella mente di Ciccio, quindi, si archiviarono tante domande che non trovarono risposte sufficienti, e nessuno fu in grado di dargliele. Così la curiosità crebbe in lui sempre di più per questo e per tutte quelle cose che standogli attorno, al tempo stesso, gli destavano nell’animo curiosità, fascino, seduzione, interesse”.                                                                   
Francesco Giuliano