“Unfacebook” del giovane regista Stefano Simone è una metafora dei mali del nostro tempo.

Ritratto di Giuliano Francesco
Regia e Fotografia: Stefano Simone.
Sceneggiatura: Dargys Ciberio, Antonio Universi, Pia Conoscitore. Musiche: Luca Auriemma.
Durata: 75 min.
Anno di produzione: 2011.
Patrocinato dal Comune di Manfredonia.
Cast: Paolo Carati, Giuseppe La Torre, Tonino Pesante, Fabio Valente, Tonino Potito, Filippo Totaro, Pia Conoscitore, Sabrina Caterino, Mimmo Nenna, Ivano Latronica, Grazia Orlando, Tecla Mione, Dino Mione.
 
Mi è capitato di vedere, in anteprima, il recentissimo film “Unfacebook”, un triller-horror del regista Stefano Simone, prodotto da una piccola casa di produzione indipendente la Jaws Entertainment. Il film è stato tratto da un racconto inedito “Il prete” di Gordiano Lupi che dirige la Casa editrice “Il foglio” (http://www.infol.it/lupi/). Un triller, inquadrato nella cornice misteriosa di una cittadina della provincia pugliese, che sin dai primi fotogrammi suscita curiosità, interesse e suspense nello spettatore, causati da immagini molto crude e drammatiche e scene molto violente, fino all’esasperazione più estrema, la cui brutalità schietta viene a fortiori catalizzata da una musica appropriata che fa ricordare  le opere di Dario Argento.
Guardando il film ho rilevato via via una direzione sciolta, agile e straordinaria che non ha niente da invidiare ai “mostri sacri” del cinema, tant’è che il regista dimostra di saper usare con oculatezza la didascalia avvalendosi di dialoghi molto striminziti, ma comunque essenziali.
Stefano Simone dimostra di essere un profondo conoscitore del suo tempo e di avere una cultura elevata soprattutto sui temi socio-psicologici recenti e di servirsi della cinepresa  in modo originale sfruttando come colori predominanti del film, il bianco e il blu, che sono i colori del social network “Facebook”. Il titolo del film “Unfacebook” lascia intendere questo riferimento, anche se quest’uso bicromatico di primo acchito fa pensare ad una scarsa qualità fotografica e dà un po’ di fastidio allo spettatore che, però, a poco a poco vi si abitua e comprende che è stata una scelta voluta, che caratterizza appropriatamente la pellicola. Un colpo di genio, non c’è che dire!.
Nel film c’è una disamina sulla crisi odierna della Chiesa che non riesce più a raggiungere il suo scopo: il controllo e la salvezza dei fedeli attraverso la confessione. A tal proposito, nel romanzo “Come fumo nell’aria” (http://www.prospettivaeditrice.it/libri/schedeautori/giuliano/giuliano1.htm) l’autore sostiene parlando dei “fedeli” che “dopo la confessione molti ritornavano a comportarsi come sempre o forse peggio, tanto c’era l’assoluzione garantita con il palesamento dei peccati”. Il prete (Giuseppe La Torre), protagonista del film, infatti, ascolta le confessioni dei suoi parrocchiani, ma questo lo porta ad una “crisi interiore” e ad uno “sconforto personale”. Egli medita su “Il principe” di Niccolò Machiavelli quando dice che “gli ipocriti e gli astuti creano l’ira di Dio perché il peccato si rinnova” e che “il fine che giustifica i mezzi”. È il comportamento dei “fedeli” che il prete non approva, rendendosi conto che la confessione non risolve i loro problemi. Il prete tramite la confessione riesce a conoscere  chi  si comporta da “puttana”, chi è un “pervertito”, chi è un “bastardo”,  chi è “uno spacciatore di droga”, e così via.  Egli si convince che non serve a niente dare l’assoluzione dei peccati a questi individui malefici, per loro la soluzione migliore è la punizione divina. Da redentore si trasforma in loro carnefice a tal punto che fa diventare suo complice addirittura un bambino che ha assistito ad un omicidio. Lupi nel suo racconto sottolinea questa metamorfosi del prelato cui fa affermare, con cruda chiarezza che “… noi preti siamo chiamati ad assolvere persone simili”, e che, “non mi sono fatto prete per assistere alla vittoria del male, ma per contrastarlo”.
Egli decide di affidarsi a “Dio che punisce per sempre”.  Ma come fare?
Si aggiorna tramite una rivista specializzata sull’uso di internet e della posta elettronica, di cui apprende il grande potere telematico. Si documenta sull’ipnosi e legge un libro sui Templari. Scopre che con l'ipnosi sia possibile entrare nella dimensione inconscia ed emotiva di un altro e per far questo il mezzo più appropriato sono i social networks che creano dipendenza seria ed invalidante, una vera e propria patologia, nota come “Social Network addiction”. Si rende conto che questa dipendenza ha gli stessi effetti causati dall’uso di sostanze stupefacenti e, al tempo stesso, crea fisime e forti impulsi emotivi.  Progetta, quindi, un programma sinistro, spietato, violento, sanguinario. Il confessionale diventa un luogo paragonabile a quello del Santo Uffizio, dove far confessare spontaneamente i peccati per i quali la punizione finale è la morte (!).
Il prete capisce, in definitiva, come con la telematica si possa non solo governare la gente e la loro opinione, ma anche come con essa si possano strumentalizzare e trasformare i giovani in automi per fini reconditi. Invia infatti a qualcuno di questi delle e-mail con il link “Vuoi fare parte dei Templari?”. Questa domanda suscita curiosità nel giovane che conseguentemente ad un “click” si trova di fronte l’icona “Armageddon”, la battaglia finale tra il Bene e il Male, per la quale venivano usati come guerrieri i Templari. Il ragazzo in tal modo assume il ruolo di guerriero Templare con le conseguenze cruente che quest’assunzione comporta.
C’è dunque nel film un’analisi attenta e critica sui social network come Facebook, Twitter, MySpace, ecc., a cui si aggiungono le chat e gli sms, tant’è che il regista nel film fa dire dalla psicologa (Pia Conoscitore) al Commissario di polizia (Paolo Carati) che “il social network è come un luogo virtuale che dà ai giovani, in età compresa tra 12 e 18 anni, stimoli intensi e gratificanti che creano dipendenza e elevato grado di pericolo in quanto essi non riescono a distinguere il reale dal virtuale e ciò li porta ad una scompensazione emotiva dagli effetti devastanti”.
Il film è molto interessante e di grande attualità perché affronta il problema sia della decadenza della religione sia dell’uso non appropriato di internet che genera dipendenza.  Della dipendenza ne parla il ricercatore Federico Tonioni nel suo saggio “Quando internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, Einaudi”, mentre il critico culturale americano Lee Siegel nel suo recente libro “Homo Interneticus. Restare umani nell’era dell’ossessione”, ed. Piano B edizioni, addirittura disapprova l’uso della rete con i suoi effetti deleteri.
Stefano Simone è nato a Manfredonia (FG) il 09/02/1986, dove inizia sin da piccolo a scrivere sceneggiature e girare cortometraggi (il primo all'età di 13 anni). Dopo aver frequentato il liceo socio-psico-pedagogico al "Roncalli" di Manfredonia, si trasferisce a Torino per studiare cinema all'istituto "Fellini", conseguendo il diploma di "Operatore della Comunicazione Visiva". I suoi cortometraggi: " Il delitto di classe " (1999); "Fear-paura" (2000); "Madre delle Tenebre" (2001); "Gli occhi del teschio"(2001); "Il gatto nero dalle grinfie di sciabola" (2005); "Istinto omicida" (2006); "Infatuazione" (2006); "L'uomo vestito di nero" (2007); "Lo storpio" (2007); "Contratto per vendetta" (2008); "Kenneth" (2008); "Cappuccetto Rosso" (2009). Lungometraggi: "Una vita nel mistero" (2010); "Unfacebook" (2011).Videoclip musicali:"Su Facebook" (2011).
                                                                                                                         Francesco Giuliano