In “La vita di Adele” Kerchiche parla dell’amore che svanisce come fumo nell’aria

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: La vita di Adèle
Titolo originale: La Vie d'Adèle
Regia: Abdellatif Kerchiche
Sceneggiatura: Abdellatif Kerchiche, Ghalya Lacroix
Produzione: Francia 2013
Cast: Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jeremie Laheurte, Alma Jodorowski, Aurélien Recoing, Catherine Salée, Fanny Mourin, Benjamin Siksou, Sandor Funtek, […]
 
Il regista Abdellatif Kerchiche in “La vita di Adele”, con una eccezionale maestria e con dei continui primi piani per tutta la durata del film efficaci a mettere in evidenza il pathos degli attori,  fotografa la vita più intima, cioè la vita interiore, sentimentale, emotiva  che è posta nell’anima di due donne, quella della giovanissima Adele (la bravissima Adèle Exarchopoulos) e quella di Emma (Léa Seydoux), presentando il loro incontro nella loro genuina diversità e nella loro naturale nudità, come le chiome di due alberi dai colori diversi che mosse dal vento si sfiorano delicatamente. Mostra il loro amore, che sgorga spontaneo con tutta la naturalezza, la purezza e la nudità che esso possiede, l’amore come un legame invisibile, incorporeo che le congiunge in un solo corpo, senza distacco, che le orienta nella vita, che le dà forza, che le conferisce equilibrio, che le soddisfa pienamente e che le rende serene. Mostra la coppia sdraiata dormiente sul letto che diventa eterea come come un quadro sublime da paragonare a “Il bacio” di Gustav Klimt.
Non appena questo legame, tuttavia, viene spezzato qualunque ne sia la causa, subentra il distacco, la mancanza, e il dolore che questa produce si manifesta in maniera violenta e continua senza possibilità alcuna di rimedio.
Adèle frequenta l’ultimo anno del Liceo “Pasteur” dove studia Letteratura, ha una vita apparentemente tranquilla in una famiglia tradizionalista ed aspira a specializzarsi per diventare maestra d’asilo. Un giorno viene colpita dalla lettura in classe di un passo de “La vita di Marianna” di Marivaux che induce Adèle a mascherare i propri sentimenti concedendosi a Thomas (Jeremie Laheurte) con il quale ha un rapporto effimero. Adèle, infatti, incontra e conosce Emma, una ragazza dallo sguardo languido più grande di lei, un’artista pittrice e grafica, amante della filosofia, dai capelli color viola, disinibita e trasgressiva, proveniente da una famiglia anticonformista, che le si presenta appunto come una novella Antigone, la fanciulla dissidente  della tragedia di Sofocle che si oppose alle leggi umane credendo che esse contrastassero con quelle divine a costo della vita. Dalle discussioni con Emma, Adèle comprende di trovarsi in una società e quindi in una famiglia che, con i suoi pregiudizi, i suoi stereotipi e le sue regole, la tiene come in una gabbia, in cui non riesce fondamentalmente ad essere se stessa, anche se lei, come qualunque altro essere sulla terra non può resistere ad un “vizio” intrinseco, così come l’acqua che nasce con un peso che l’assoggetta ad una legge naturale, la legge di gravità.  L’età adolescenziale, in cui si trova Adèle, è una fase difficile della vita, è il punto di transizione dall’infanzia all’età adulta, una terra di confine misteriosa che rende incerto il cammino, cha fa sentire il vuoto dentro che non si sa come riempire. Adèle per questo non riesce a svincolarsi dagli stereotipi e dai pregiudizi dei genitori e dei compagni di scuola. Al contrario, Emma è disinvolta, evoluta, non compromessa, si sente libera, e in questo suo essere, coinvolge Adèle e ci riesce raggiungendo assieme a lei l’empireo. Non c’è però quella giusta distanza sancita dal principio schopenaueriano del porcospino che determina la separazione. Emma, tuttavia, perde questa sua libertà a discapito della sua coscienza, perché si lascia sopraffare compromettendosi con le consuetudini e la prassi che la società impone, con la conseguenza del suo disfacimento fisico e morale come le donne rappresentate da Schiele, lasciando Adele nella solitudine più triste e angosciosa. Emerge, dunque, con forza l’angoscia sartriana secondo cui l’individuo, uomo o donna che sia, si illude di vivere nella “… libertà, che si rivela nell'angoscia …” e che si caratterizza “… con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto …”, che si ritrova, sotto altra forma nell’incipit di “Demian” di Hermann Hesse che così recita “Volevo solo cercare di vivere / ciò che spontaneamente veniva da me. / Perché fu tanto difficile?”.
 
“La vita di Adèle” (premiato come migliore film con la Palma d’Oro al Festival di Cennes 2013) è un film caratterizzato, oltre che dai primi piani straordinari e singolari, anche da un continuo ricorso a cene conviviali, dove prevale il piatto “spaghetti alla bolognese” ,che fanno pensare al “Convivio” di Platone dove i convenuti consumando cibo e vino dialogano alla ricerca della verità. Quella verità che il regista cerca con questo capolavoro cinematografico.
Abdellatif Kerchiche ha già vinto il premio Opera Prima Luigi De Laurentis alla 57^ Mostra del Cinema di Venezia con il film “Tutta colpa di Voltaire” (2000), il premio Cesar con “La schiva” (2003) e il Premio Speciale della Giuria alla Mostra di Venezia 2007 con il film “La graine e le mulet”.
Francesco Giuliano