“L’albero di Giuda” o sulla Sicilia ancora una volta tradita

Ritratto di Giuliano Francesco
Titolo: L’albero di Giuda
Regia e soggetto: Vito Cardaci
Voce narrante: Vito Cardaci, Rosario Marco Amato
Editing: Charry project studio
Montaggio e post produzione: ch@rry project studio – Vito Cardaci
Produzione Stato: Italia, 2014
Durata: 40′
Genere: Docufilm
 
“Una leggenda racconta che Giuda si sia impiccato con una corda ai rami di un albero. Da quel giorno il tronco avrebbe assunto un andamento contorto. La fioritura improvvisa preceduta dall’aprirsi delle foglie vorrebbe così raffigurare le lacrime di Cristo. Il colore acceso dei fiori vorrebbe rappresentare la vergogna dell’albero o forse la perfidia di Giuda. Sì! Sono proprio io, l’albero di Giuda!” – dice la voce narrante. Non poteva esserci migliore incipit di questo cortometraggio che, con la metafora de “L’albero di Giuda”, racchiude ed esprime, in modo estremamente sintetico e chiaro ma profondamente e sentimentalmente  incisivo, a tratti poetico, una verità autentica e inviolabile che è quella della Sicilia ancora una volta tradita e vilipesa e che non potrà mai essere messa in dubbio! Il film prende inizio da un carrubo, piantato  come prima pietra per la realizzazione nel territorio di Regalbuto, in provincia di Enna, di una grande opera faraonica, “il più grande parco di divertimenti d’Europa, la Disneyland siciliana, che doveva sorgere su un’area di circa trecento ettari, alberghi con migliaia di posti, ristoranti, discoteche …” e chi più ne ha più ne metta. Cioè a dire “… l’emblema del più grande investimento privato dell’isola nel settore del turismo”. Il regista Vito Cardaci, con una descrizione ironica  e sarcastica, mette in evidenza magistralmente il tradimento politico nei confronti della Sicilia, dove il dissesto sociale, la saccenteria, l'indifferenza, il trasporto populistico, l’egoismo, la superficialità e la mediocrità padroneggiano. In quest’evento eccezionale quanta bella gente intervenne: “… si scomodarono le più alte cariche istituzionali: ministri, presidenti, prefetti, sindaci, cardinali, generali, giornalisti, portaborse e ombrose figure provenienti da ogni dove. Credo che neppure quando venne al mondo Gesù bambino si vide questa confusione”. Una commedia, la solita, quella di sempre, dunque, da cui emerge il consolidato assioma gattopardesco che con ima amarezza fa cogliere e apprezzare l'impossibilità di cambiare lo status quo della Sicilia e dei siciliani, i quali accaniti creduloni si affidano continuamente alle parole dei politici di turno, quelle stesse che sono decantate nella poesia “Parole”[1]: Parole, parole, parole,/ verbi come vento/ fastidiosi come Noto/ pari ad Apeliote insopportabili/ piacevoli gemelli di Euro/ frizzanti simili a Borea/ come Zefiro ammalianti./ E, molesti,/ insoffribili,/ incantevoli,/ freschi,/ seducenti,/ come il vento volano via,/ inghiottiti da Kaos,/ trasportati non si sa dove./ E non rimane che lo sconforto/ di quel sogno che portano con sé”. Parole espresse da una classe politica di stampo baronale, arcaica, cinica e opportunista che usa il populismo come mezzo di trasporto delle coscienze e di illusione sociale e che dà ipocritamente speranza al fine di rendere schiavo il popolo: “Non c’è schiavitù migliore che essere prigionieri della speranza” – afferma la voce narrante -, perché “... sperare, per definizione, non significa essere felici, bensì essere in attesa, provare la mancanza, il desiderio insoddisfatto e impotente: “sperare è desiderare senza godere, senza sapere, senza potere”. Senza godere,  perché  spera soltanto  quello che non si ha; senza sapere, perché la speranza implica  sempre  una certa dose d’ignoranza rispetto alla realizzazione dei fini desiderati; senza potere, dato che nessuno si sogna di sperare ciò che gli è dato di realizzare pienamente … . La speranza non solo ci mette  in uno stato di tensione negativa,  ma ci priva anche del presente: preoccupati di un  avvenire migliore, dimentichiamo che l’unica vita  che valga la pena di essere vissuta, la sola che, molto semplicemente,  esista, è quella che si svolge  sotto i nostri occhi, qui e ora”[2].
Il regista Vito Cardaci antropomorfizza il carrubo a cui fa dire con convinzione che “sembra proprio che senza il mito, la simbologia, la metafora sia quasi impossibile narrare certe storie. La realtà però è molto più semplice e immediata, meno incomprensibile di come possa apparire. Bastava osservare dove mi avevano piantato”, in un ambiente in cui predominano la “ … noia e il silenzio, di vita che non scorre, …”  e dove “non si dovrebbe invecchiare incazzati!”
Eccezionale e pesante come un macigno l’epilogo del film con cui il regista rivolgendosi agli spettatori chiede: “Vi siete mai chiesti come sarebbe stata la storia di Cristo senza la figura di Giuda?” La risposta ai posteri.
Ci sono voluti quasi sette  anni per ordinare le idee e realizzare le riprese di questo docufilm che racconta l’artificio consapevole,e per questo ancor più greve, del tradimento politico perpetrato ai danni della Sicilia e dei siciliani, a partire dai tempi di Cuffaro, fino ad arrivare ai giorni nostri. A narrarlo è un albero, un Carrubo. Una narrazione sarcastica, avvincente e, a tratti, drammatica che racconta, in parte, anche “il decantato modello Enna, quello di Mirello Crisafulli e di Cataldo Salerno ex Presidente della provincia regionale di Enna.”
“L’albero di Giuda” è stato vincitore al “Bari International Film Festival” 2014  con la seguente motivazione che la giuria popolare, presieduta da Achille Bonito Oliva, ha dato il 9 aprile 2014 del premio “Vittorio De Seta”: “Per ritmo, ironia, linguaggio e capacità di denuncia. Un’opera che racconta in maniera icastica l’arte del tradimento politico nei confronti di una realtà staccata dal continente e insulare, la Sicilia. Una regione che non è soltanto un’entità geografica, ma un luogo che ha subito indifferenza, populismo e un fallimento sociale legato al cinismo di una classe padronale arcaica. Il film ha la capacità di evidenziare una negatività ancestrale attraverso uno sguardo ironico, secondo la definizione di Goethe: ‘L’ironia è la passione che si libera nel distacco’. Tale distacco produce comunicazione e denuncia nello stesso tempo”.
Un film, in definitiva, che non solo i siciliani, ma anche gli italiani dovrebbero vedere per non perdere la memoria di ciò che viene promesso dai politici di turno e mai realizzato.
 
Vito Cardaci, siciliano cinquantenne, www.vitocardaci.com, inizia come musicista,ma l’amore per la fotografia lo porta a dedicarsi al multimediale tant’è che nel 2005 realizza il suo primo corto “Sono Una Donna” un video virale che impazzerà in rete con oltre 500.000 contatti nel giro di un anno. Nel 2007 produce e cura la fotografia nonché le riprese del documentario “Umanza” premiato al Torino Film Festival e al Festival Internazionale del Cinema dell’Uruguay 2008: “Italia: Los Primos de Torino 2007”. Nel 2008 e nel 2009 cura la regia come reporter del Festival “Sole Luna”, un ponte tra le culture. Nel 2010 entra come reporter ufficiale nello staff del Salina Doc Fest diretto da Giovanna Taviani. Nel 2011 produce e dirige “Saturday Night Fear” un corto, che lo stesso regista definisce un mero esercizio di stile.
Francesco Giuliano

[1] F. Giuliano, M’accorsi d’amarti, Libreria editrice Urso, 2014
[2] Da Luc Ferry, Al posto di Dio, Sguardi Frassinelli, come incipit a F. Giuliano, Il cercatore di tramonti, Ed. Il foglio, 2011